venerdì 30 giugno 2017

Vite quasi parallele. Capitolo 77. Lambrugo Bava, detto "Tra Virgolette", Commissario pro tempore del Feudo Orsini.

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Dopo le inevitabili dimissioni del Consiglio di Amministrazione, la gestione del Feudo Orsini fu affidata dal Tribunale ad un Commissario pro tempore.
La scelta cadde su un personaggio a dir poco sgradevole.
Si trattava di un certo Lambrugo Bava, detto "Tra Virgolette" a causa di un intercalare che usava in continuazione (accompagnandolo con un gesto delle dita di entrambe le mani, a mimare le suddette virgolette), un sessantenne afflitto da forfora e alitosi, con i capelli perennemente unti, la faccia sudata, i denti gialli, la voce stridula e nasale, gli abiti logori che forse erano stati di moda venticinque anni prima, e un modo di fare affettato e viscido, come del resto era anche la sua moscia stretta di mano.
Si presentò a Villa Orsini all'ora del tè, con un completo gessato scompagnato, che aveva decisamente visto tempi migliori, e un'orribile cravatta verde elettrico, e fu fatto accomodare nel Salotto Liberty.
Quando Diana Orsini gli chiese se voleva una tazza di tè, lui, con un sorrisetto lezioso e con voce querula in falsetto, dichiarò:
<<Preferirei un caffè doppio, alto e amaro>>
Nel dire questo divenne color lilla in faccia e nelle mani.
Fu a quel punto che tutti i presenti incominciarono a percepire l'odore del suo alito.
Inizialmente rimasero confusi per il fatto che si trattava di un alito diverso da quelli normalmente considerati pesanti, nel senso che quel lezzo era troppo fetido per poter provenire da una bocca umana.
Pertanto incominciarono a formulare mentalmente le più svariate ipotesi.
Come poi emerse, dopo che "Tra Virgolette" se ne fu andato, tutti i presenti avevano inizialmente pensato che quel fetore rivoltante dovesse provenire da una cacca di cane pestata dal dottor Lambrugo Bava.
Purtroppo però avevano dovuto ricredersi.
Quell'inequivocabile puzza di merda (perdonateci il francesismo) proveniva altrettanto inequivocabilmente dall'alito del dottor Bava.
Il caffè doppio amaro non fece che peggiorare la situazione.
Ben presto la maggior parte dei presenti lasciò la stanza in preda alla nausea e al disgusto.
Ettore Ricci e sua figlia Isabella resistettero, perché era di vitale importanza capire se quel fetido e viscido personaggio fosse almeno in grado di gestire un'azienda.
La sua frase d'esordio lasciò al riguardo ben poche speranze.
Con un ghigno untuoso e una voce nasale e petulante, emise una zaffata micidiale:
<<Io concepisco l'amministrazione di un'azienda come se fosse, tra virgolette, un insieme di "mattoncini lego">>
Cercando di evitare l'impatto massiccio dell'ultima zaffata del signor Tra Virgolette (detto da allora anche Mattoncini Lego), Ettore Ricci gli chiese di spiegarsi meglio.
Lambrugo Bava continuò a parlare per un'ora, appestando non solo il Salotto, ma tutta la casa, perché la pesantezza puzzolente del suo fiato sembrava penetrare attraverso ogni interstizio:
<<Intendo dire che per me un'azienda è, tra virgolette, un "investimento diversificato", fatto di tanti diversi mattoncini da combinare in modo tale che, tra virgolette, "il paniere" sia ben equilibrato>>
Ettore Ricci, asfissiato dalla mancanza d'ossigeno in quella stanza ormai piena di zolfo, si allarmò a tal punto da perdere quasi conoscenza, e solo con grande sforzo alla fine protestò:
<<Ma amministrare un'azienda non è come gestire un portafoglio azionario! Il concetto di diversificazione del rischio non si può applicare allo stesso modo. Un'azienda ha una sua attività principale che non deve in nessun modo essere sacrificata>>
"Tra Virgolette" Bava continuò a ghignare e ad emettere gas mefitico da quella bocca che sembrava una cloaca:
<<Stia tranquillo, signor Ricci, con me la sua azienda si trova, tra virgolette, "in una botte di ferro". Vedrà che un mattoncino dopo l'altro io costruirò un'azienda nuova, con agriturismi, campi da golf, laghi di pesca sportiva, parchi da gioco per bambini e per cani, alberghi, insomma tra virgolette, un "resort">>
A quel punto Ettore Ricci esplose:
<<Questa non è una zona turistica! Ci sono porcili e pollai e inceneritori di biomassa! Lo sa chi sperperò tutto il suo patrimonio in minchiate simili a quelle che ha detto lei? Lo fece il mio defunto suocero, il Conte Achille Orsini di Casemurate, e la sua famiglia andò in rovina!>>
Lambrugo Bava non si lasciò minimamente scalfire ed emise l'ennesima nube tossica di alito:
<<Ma quelli erano altri tempi! Adesso viviamo in un mondo, tra virgolette, "green", che cerca un divertimento, tra virgolette, "eco", mi verrebbe da dire che la presenza di porcili e pollai, con il loro odore così caratteristico, sia un fattore, tra virgolette "folk" e tra virgolette "etno" che conferisce al tutto quel sapore tra virgolette "vintage" che è così tra virgolette "trendy"...>>
A quel punto Ettore Ricci non riuscì più a contenersi:
<<Basta con queste cazzate! Le ricordo che un Commissario pro tempore deve occuparsi solo dell'ordinaria amministrazione e non degli investimenti straordinari! Lo tenga bene a mente! Non le permetterò di buttar via il lavoro di tutta la mia vita! E adesso fuori da casa mia! 
E se vuole un consiglio, si lavi i denti, prima di andare ad appestare la casa della gente!>>
Poco ci mancò che lo prendesse a calci.
Dopo che finalmente Lambrugo Bava ebbe preso congedo, salutando con la mano sudaticcia i pochi presenti che si erano avventurati nell'atrio completamente invaso dal gas tossico, fu necessario tenere aperte tutte le finestre di Villa Orsini per tre giorni e tre notti, al fine di cacciare via quell'orrendo tanfo che era penetrato fin nei suoi angoli più reconditi.

giovedì 29 giugno 2017

Vite quasi parallele. Capitolo 76. Lo zio Lorenzo Monterovere, il Barone Universitario

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Quando per Ettore Ricci scattarono gli arresti domiciliari, secondo la normativa della custodia cautelare, la famiglia Monterovere si divise riguardo all'atteggiamento da tenere di fronte al clan Ricci-Orsini.
Francesco Monterovere, genero di Ettore, si schierò naturalmente a suo favore, insieme al figlio Riccardo.
I suoi zii Tommaso e Anita si schierarono invece contro e comparvero persino come testimoni dell'accusa per quel che riguardava i rapporti tra l'Azienda Fratelli Monterovere e il Feudo Orsini.
Il capofamiglia, il vecchio Romano Monterovere, e sua figlia Enrichetta (dirigente dell'Azienda), dichiararono la propria neutralità.
Inaspettatamente Francesco trovò un sostenitore nel suo fratello minore Lorenzo, divenuto nel frattempo Professore Ordinario di Storia delle Religioni all'Università di Bologna, nonché illustre accademico e cattedratico.
Si diceva che fosse affiliato alla Massoneria, ma lui smentì, dicendo di essere membro dell'Ordine dei Cavalieri di Malta, anche se questa era solo una parte della verità, che si seppe molto tempo dopo.
Le uniche cose che si sapevano realmente erano legate alla straordinaria carriera che aveva fatto sia nell'ambito dell'università, sia all'interno di numerosi enti culturali e filantropici, di cui era amministratore, con emolumenti molto generosi, che gli avevano permesso di comprare e ristrutturare il Castello di Monterovere Boica nell'Appennino Modenese.

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Da dove gli derivassero tutti quei soldi era un mistero insondabile: evidentemente l'Ordine di iniziati di cui faceva parte (che era ben altro rispetto ai Cavalieri di Malta), non gli permetteva di rivelare ulteriori dettagli.
Molti anni dopo suo nipote Riccardo, nei suoi anni di residenza bolognese, avrebbe finalmente svelato gli arcani e scoperto la vera natura iniziatica della società segreta di cui lo zio Lorenzo faceva parte.
Lorenzo, che molto probabilmente era omosessuale, aveva comunque bisogno di un erede e per questo sembrava aver scelto il figlio di suo fratello Francesco.
Forse fu per questo che, dopo anni di lontananza, riprese i rapporti col fratello.
Quando si incontrarono, finiti i vari salamelecchi, Lorenzo venne al punto.
<<Io ho molte conoscenze, Francesco, e posso aiutare tuo suocero. Ma se lo faccio sarà solo per salvare l'eredità di Riccardo e la sua reputazione futura>>
Francesco non aveva una particolare simpatia per quel pomposo fratello, ma in un momento così difficile, decise che valeva la pena rischiare ed accettare il suo aiuto.
Lo mise così in contatto con l'Avvocato Vanesio.
Tra Lorenzo Monterovere e Marco Tullio Vanesio nacque immediatamente un'amicizia che fece molto discutere.
Tra i due c'era una certa comunanza anche fisica.
Entrambi avevano un'eccessiva leziosità, una voce stridula, una risatina querula, un atteggiamento petulante, un viso dai tratti effeminati, con labbra tumide, colorito acceso, sopracciglia curate, capigliatura chiara, predilezione per i colori pastello, specie il rosa e il lavanda, e altri piccoli dettagli rivelatori.
Monterovere ogni anni faceva un "viaggio di ricerca" di qualche mese in Grecia o in Israele o in altre località esotiche, portandosi dietro alcuni suoi giovani allievi, tutti molto prestanti, che poi vincevano cospicue borse di studio e importanti concorsi per diventare dottore di ricerca e poi ricercatore confermato.
Ma tutti questi aspetti folkloristici del Chiarissimo Professore Ordinario Lorenzo Monterovere, nascondevano una realtà molto oscura e pericolosa, di cui per il momento è prematuro parlare.

mercoledì 28 giugno 2017

Vite quasi parallele. Capitolo 75. L'Avvocato Marco Tullio Vanesio, Patrocinante in Cassazione


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Nessun avvocato degno di questo nome accettò di difendere Ettore Ricci, non tanto per la difficoltà dell'incarico, quanto perché i nemici di Ettore erano a tal punto altolocati che le organizzazioni di cui erano dirigenti avevano posto il veto a tutti i loro affiliati: Massoneria, Rotary Club, Lions Club, partiti di governo e di opposizione, cooperative bianche e rosse, associazioni più o meno eminenti, giù giù fino all'ultima bocciofila.
A quel punto rimanevano ad Ettore due sole scelte: o affidarsi all'avvocato d'ufficio (e sarebbe stata la scelta più saggia), oppure rivolgersi all'unico studio legale che non gli aveva sbattuto la porta in faccia, ossia quello dell'illustre penalista Marco Tullio Vanesio, Patrocinante in Cassazione, specialista in cause perse, relitti umani e casi disperati.
Non era sempre stato così.
I più anziani ricordavano i tempi in cui lo Studio Vanesio era ancora dotato di un certo prestigio, quando ancora era vivo il precedente titolare, ossia l'omonimo nonno Marco Tullio Vanesio Senior, un legale austero, insignito del rango di Cavaliere di Gran Croce.
La tragedia si era abbattuta sulla famiglia Vanesio per la prima volta quando il figlio del vecchio titolare, il tenente Cesare Giulio Vanesio, era caduto sul fronte russo durante la Seconda Guerra Mondiale.
Come lo stesso Avvocato Vanesio amava ricordare:
<<Il mio caro padre, poco prima di procombere eroicamente in partibus infidelium et ab hoste adversa, conobbe, quale suo giovine commilitone e attendente, l'avvocato Gianni Agnelli, di cui ci scrisse in una delle sue ultime missive. Ci raccontava che il collega Agnelli, chiamato alle armi, accettò un 18 nell'esame di Scienza delle Finanze, la cui cattedra, a Torino, era tenuta nientemeno che da Luigi Einaudi. Ebbene, in cotale incombenza, il cattedratico Einaudi strigliò il giovane Agnelli dicendo: "Col cognome che porta, lei dovrebbe vergognarsi di accettare un 18 proprio in Scienza delle Finanze", e allora il caro Gianni rispose: "E lei, illustre Professor Einaudi, col cognome che porta, dovrebbe vergognarsi di insegnare in un'università che richiede l'iscrizione al Partito Fascista".
Eh, quelli sì che erano tempi! Pensate... mio padre e il collega Agnelli, tra le nevi della taiga, si confidavano i segreti delle loro vite. E poiché dulce et decorus est pro Patria mori, è opportuno e decente affermare che il mio caro padre ebbe la sorte migliore, lasciando in Russia "la vesta ch'al gran dì sarà sì clara". Il collega Agnelli invece, si dovette accontentare di tornarsene a Villar Perosa, a fare macchine di terza categoria, serbando, come unico ricordo della sua esperienza di milite, una gamba tinca, che lo costrinse, come voi m'insegnate, a servirsi di un bastone di malacca per il resto dei suoi giorni>>
Già da questo primo aneddoto, possiamo dedurre che l'eloquio di Marco Tullio Vanesio non godesse del dono della sintesi e men che meno di quello della modestia.
Fisicamente aveva l'aria di chi, in un lontanissimo giorno di gioventù, dovesse aver goduto di una qualche forma di prestanza, ben presto trasformatasi, tuttavia, in qualcosa di ambiguo, nel contempo ampolloso e stucchevole.
I capelli biondo platino, untuosi, le sopracciglia depilate, la pelle cadente carica di fondotinta, le labbra carnose e turgide, gli occhi chiari acquosi, la dentiera dondolante, la pappagorgia... tutto insomma contribuiva a comunicare l'immagine di un vecchio gagà diventato la caricatura di se stesso.
Nonostante volesse dare l'idea di essere un uomo estremamente ricco, l'avvocato Vanesio navigava da molto tempo in pessime acque.
L'inflazione aveva divorato i risparmi degli avi, così come un contenzioso legale con un parente aveva privato Vanesio di gran parte dei beni immobili che erano stati di proprietà di Marco Tullio Senior. E questo a riprova del fatto che Vanesio perdeva non solo le cause dei suoi clienti, ma anche quelle che lo riguardavano in prima persona.
Sua madre, che apparteneva alla facoltosa famiglia dei Marangoni, gli aveva lasciato in eredità un'intera vallata, nell'Appennino, con una villa, che sfortunatamente era andata distrutta durante un terremoto.
Gli rimaneva una vecchia e cadente dimora di campagna nei dintorni di Pievequinta, dove risiedeva insieme a una dozzina di cani.
Questa debacle finanziaria traspariva dalle condizioni stesse dei locali in cui era domiciliato il suo studio legale.
I più istruiti avrebbero potuto dire che ricordava lo studio del dottor Azzeccagarbugli di manzoniana memoria.
Gli altri si limitavano a notare le macchie e gli strappi nella carta da parati e nella fodera delle poltrone, le ragnatele negli angoli del soffitto, i pavimenti sbeccati, i tappeti lisi, i legni tarlati, i tomi di diritto romano sfasciati e scomposti, le bottiglie di liquori inaciditi e i bicchierini sparsi in giro, con file di formiche ubriache intorno.
Tutto questo però sembrava al di fuori della consapevolezza dell'illustre Principe del Foro, che si comportava come se quelle "superbe ruine", per usare un termine a lui caro, fossero motivo di vanto e di giustificato orgoglio.
Era sempre stato molto pomposo.
Si faceva dare del Lei da tutti, anche dagli amici più intimi, che erano tenuti a chiamarlo Avvocato in ogni circostanza.
Parlava di se stesso usando spesso il pluralis maiestatis, a cui ormai non ricorreva più nemmeno la regina Elisabetta.
Una delle sue caratteristiche più ridicole era il fatto che millantasse con la massima convinzione amicizie altolocate inesistenti, specie quelle rare volte in cui si recava a Roma, alla Corte di Cassazione (almeno così diceva lui).
<<L'altro giorno in Cassazione ho incontrato il Ministro Martelli, che ha studiato su uno dei miei libri di diritto romano, ed ha voluto una dedica personale pro bono publico>>
E qui merita di essere aperta una parentesi sul suo eloquio classicheggiante.
Le sue citazioni latine, a dire il vero, non erano sempre del tutto appropriate. Anzi, a volte sembravano messe lì più che altro per gettare fumo negli occhi a quei "bravi villici" che si rivolgevano alle sue illustri consulenze.
In effetti la sua clientela era composta più che altro da sprovveduti totali conosciuti in piazza o in treno e attirati nella trappola della sua ragnatela dalle citazioni latine e dai continui riferimenti alle conoscenze in alto loco.
Fortuna volle, però, che un giorno bussasse alla sua porta nientemeno che (parole sue) "quella vecchia canaglia di Ettore Ricci".
E poiché, quanto ad essere una vecchia canaglia, l'avvocato Vanesio non era secondo a nessuno, si rese conto che se fosse riuscito, per una incredibile concomitanza di casi, a far assolvere Ettore Ricci, il suo studio legale sarebbe tornato ai fasti dei tempi di suo nonno, e lui avrebbe potuto aspirare a quello che riteneva "il minimo" che gli fosse dovuto, ossia un seggio in Senato.
Questo sogno ad occhi aperti di Vanesio era giunto alle orecchie dello stesso Ettore Ricci, il quale dichiarò:
<<Se mi fa vincere la causa, di seggi in Senato gliene faccio avere anche due, uno per ogni chiappa!>>

martedì 27 giugno 2017

Vite quasi parallele. Capitolo 74. Iniziano i processi contro Ettore Ricci

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Una delle affermazioni che Ettore Ricci esprimeva più spesso e con maggior convinzione era la seguente: "Se qualcuno volesse rispettare tutte le leggi esistenti in Italia, non riuscirebbe più a muovere un dito". 
E in questo non aveva tutti i torti. La Repubblica Italiana, alla fine degli anni '80 del XX secolo, era già un paese soffocato dall'eccesso di leggi, regolamenti, direttive, usi, consuetudini, lacci e laccioli vari che avevano dato vita a un mostro burocratico tale da schiacciare sul nascere ogni iniziativa privata.
Non diciamo questo per giustificare gli errori di Ettore Ricci, alcuni dei quali erano così plateali e ingenui da farlo sembrare un banale ladro di polli, ma per ricordare che i procedimenti giudiziari in cui si trovò coinvolto, suo malgrado, gli offrirono un palcoscenico dal quale egli, grazie alle sue innate doti istrioniche, diede vita ad uno spettacolo satirico a sfondo socio-politico di cui fu, deliberatamente, primo attore, regista e capocomico.
Ma procediamo per gradi.
La prima grana legale fu una cosa relativamente di poco conto e cioè una denuncia per abuso edilizio riguardo alla costruzione delle tre case di Cervia su una specie di collinetta artificiale che oscurava la visuale dei vicini, in particolare quella del signor Mario Strambelli, che in precedenza si era già vendicato versando, nottetempo, secchi pieni di deiezioni liquide innominabili nel giardino della villa più alta, quella di Margherita Spreti di Serachieda, provocando olezzi nauseabondi e una moria di ortensie che fu causa di numerose afflizioni per la figlia primogenita di Ettore Ricci, e una rabbia incontenibile in suo padre.
Più preoccupante, anche se sotto molti aspetti scontata, fu l'inchiesta che vide Ettore indagato per evasione fiscale e falso in bilancio.
Furibondo, quando lo venne a sapere, il vecchio Ricci si sfogò con sua sorella Adriana:
<<Non hanno uno straccio di prova! Vogliono incastrarmi con una quisquilia contabile, manco fossi Al Capone! E allora io rispondo come fece lui: "Siete solo chiacchiere e distintivo! Chiacchiere e distintivo!>>
Fu la prima di una lunghissima serie di memorabili battute del prode Ettore nella lunga guerra che seguì.
Arrivarono poi altre indagini con l'accusa di corruzione di pubblico ufficiale, che coinvolse un numero imbarazzante di impiegati comunali, provinciali, regionali, statali e dipendenti degli enti pubblici economici.
<<E' una menzogna! E' forse una colpa aver regalato a qualche brav'uomo una cassa di ciliegie o un cesto con prosciutto e salame? Ma se credono che io mi faccia crocifiggere senza reagire si sbagliano di grosso! Se affondo io, mi tiro dietro tutti!>> sbottò Ettore Ricci <<Chi mi vuole spedire all'inferno, sprofonderà all'inferno insieme a me!>>
Lo diceva rivolto alla famiglia, ma con voce sufficientemente alta affinché tutti sentissero.
<<Non avresti dovuto rifiutarti di pagare i debiti di Alberico. In quel modo hai perso il sostegno del senatore Senatore Leandri>> fece notare sua sorella Adriana
Ettore batté un pugno sulla scrivania del suo studio:
<<Quell'idiota di Alberico se l'è cercata, nonostante io l'avessi avvertito mille volte. E si sarebbe messo nei guai di nuovo, buttando nel cesso i miei soldi e la mia fatica.
Quanto a Leandri, la cosa meno sgradevole che posso dire di lui è che è un gran figlio di puttana>>
Adriana sospirò:
<<Sì, ma era il "nostro" figlio di puttana. La politica funziona così. Me l'hai insegnato tu>>
Di fronte a quella pregnante osservazione, Ettore si limitò a ringhiare, come un cinghiale preso in trappola.
L'altra sorella, Carolina, gli rimproverava le bugie:
<<A volte sarebbe stato più utile dire la verità>>
Ettore scuoteva la testa, sdegnato:
<<La verità è così preziosa che deve sempre essere protetta da una cortina di bugie>>
Non la pensavano allo stesso modo i magistrati quando formularono ai suoi danni l'accusa più infamante e cioè quella di usura e riciclaggio di denaro sporco.
Che i Ricci fossero stati, almeno inizialmente, degli usurai e dei contrabbandieri, non era un segreto per nessuno, ma non c'erano mai state prove evidenti per sostenere quell'accusa in un tribunale.
<<Qualcuno ci ha traditi, ma non riesco a credere che possa essere stato Michele. E' il mio amministratore da cinquant'anni, e se io dovessi risultare colpevole, allora lui sarebbe considerato un mio complice. E poi non avrebbe nulla da guadagnarci>>
Non immaginava, Ettore, che la perfidia di un invidioso come Michele Braghiri poteva arrivare persino all'autolesionismo pur di vedere nella polvere e nel fango l'uomo che gli aveva fatto ombra per tutta la vita.
Ettore Ricci ebbe comunque il buon senso di non confidarsi con lui e di rivolgersi soltanto alla propria famiglia.
Inaspettatamente, a schierarsi in modo immediato e totale dalla parte di Ettore fu sua moglie Diana Orsini, che pure avrebbe avuto milioni di motivi per dubitare di lui, ma c'era in gioco l'onore della famiglia:
<<Vogliono infangare il buon nome dei Ricci-Orsini e distruggere la nostra famiglia. Ma noi dimostreremo a tutti di essere uniti e compatti. E ci difenderemo!>>
Lui rimase stupefatto:
<<Io credevo che tu mi considerassi colpevole... anche per colpe... come dire... ormai cadute in prescrizione...>>
Diana gli rivolse uno sguardo incredibilmente benevolo:
<<Non più di quanto fossi colpevole io stessa. Me ne rendo conto solo ora. 
Avevi bisogno di una moglie che ti comprendesse, che ti sostenesse, che ricambiasse i tuoi sentimenti. 
Se io fossi stata quel tipo di moglie, forse molto dolore si sarebbe potuto evitare
Ma siamo ancora in tempo, Ettore... 
Non so quanto tempo ci resta, ma ti prometto che d'ora in avanti sarò per te quello che sarei dovuta essere fin dall'inizio>>
Ettore era confuso e farfugliava:
<<Ma sono io a non essere mai stato alla tua altezza. Tu hai avuto con me fin troppa pazienza. Non merito il tuo perdono...>>
Lei sorrise, ed era una cosa talmente rara da essere meravigliosa a vedersi, come l'apparizione di una dea:
<<Qualunque possano essere state le tue responsabilità, hai già scontato la tua pena sopportando le mie filippiche, i miei musi lunghi e i miei silenzi ostinati. Ora è tempo di dimenticare i fantasmi del passato. Dimentichiamo i morti, le loro tombe sprofondano nella cenere. 
Pensiamo ai vivi, pensiamo a che meravigliosa famiglia abbiamo costruito: le nostre figlie, i nostri nipoti... se sono venuti su così bene, vorrà pur dire che qualcosa di buono l'abbiamo fatto, non trovi?>>
Ettore le prese la mano, quella mano ancora così bianca e diafana, come quella di una fata:
<<Sì. L'abbiamo fatto. Se le nostre figlie e i nostri nipoti ci vogliono così bene, forse, senza nemmeno rendercene conto, qualcosa di buono l'abbiamo fatto davvero>>

lunedì 26 giugno 2017

Vite quasi parallele. Capitolo 73. Il Potere del Trio. Le indivisibili sorelle Ricci-Orsini

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Per quanto fossero molto diverse tra loro, le tre figlie di Ettore Ricci e Diana Orsini erano sempre state legate da un eccezionale rapporto di simbiosi, dovuto sia al forte senso di appartenenza ad una grande famiglia allargata, che si concepiva come una vera e propria dinastia, sia ad un'intesa psicologica profonda, basata sull'aver condiviso esperienze forti e terribili, a partire dagli anni della guerra, fino all'innumerevole serie di scandali, lutti e rovesci di fortuna che si erano abbattuti sul clan nato dal tormentato matrimonio dei loro genitori e sul Feudo che essi amministravano come se vivessero ai tempi del Medioevo, o in quelli dell'Ancien Regime.
Ma c'era qualcosa di più.
C'era in loro un profondo e maggiormente oscuro elemento condiviso e cioè il conflitto interiore tra i geni paterni dei Ricci (esuberanti, ruspanti, intraprendenti, instancabili, sanguigni e collerici) e i geni materni degli Orsini (malinconici, flemmatici, raffinati, decadenti, esausti e perseguitati dall'emicrania).
Allo stesso modo si manifestava nella personalità delle tre sorelle l'ulteriore conflitto tra gli insegnamenti del padre Ettore e quelli della madre Diana, così diversi e quasi opposti tra loro, a tal punto da creare nelle figlie una specie di eterna oscillazione tra forza e delicatezza, tenacia e dubbio, spontaneità schietta e sussiego aristocratico, energia e apprensione, collera e garbo, volontà e catastrofismo, estroversione e riservatezza, coraggio e paura, progettualità e pessimismo integrale e radicale.
In tutte queste coppie di opposti inconciliabili, il primo veniva da Ettore Ricci, il self-made-man, sanguigno, forte, ma plebeo e il secondo veniva da Diana Orsini, aristocratica, raffinata, ma perennemente malinconica e disillusa a tal punto da rasentare il cinismo.
Dire che erano una "coppia male assortita" non rendeva l'idea della totale differenza tra i due coniugi.
Mentre Ettore era il classico tipo che si prefiggeva obiettivi ambiziosi ed era disposto a fare qualunque cosa pur di ottenerli, sua moglie Diana ripeteva sovente alle figlie una frase dai contenuti opposti:<<Non ottenere quello che si vuole, a volte, può essere una benedizione>>
Ettore esaltava il coraggio, l'ardore, l'orgoglio.
Diana invitava alla prudenza, alla pazienza e all'umiltà.
Era fortemente critica riguardo al mito del successo, rispetto a cui si esprimeva con argomentazioni filosofiche: <<Com'è abituale nell'evoluzione concreta delle cose, colui che ha trionfato e conquistato il godimento e il potere, ne diviene schiavo e dipendente, mentre colui che ne è stato privato conserva la propria umanità>>
C'era forse un rimprovero nemmeno troppo velato alla parabola umana del coniuge?
Era naturale che le tre figlie crescessero dilaniate dal dilemma se schierarsi dalla parte del padre o da quella della madre, durante le interminabili liti di questi ultimi, che proseguivano all'interno della stessa psiche delle loro eredi.
Con genitori tanto diversi e conflittuali, un figlio unico non avrebbe potuto che soccombere alla nevrosi. Ma per fortuna le figlie erano tre.
La salvezza delle sorelle fu dunque quella di aiutarsi e sostenersi reciprocamente sempre, diventando quasi un'unica entità, una trimurti, una trinità, un trio da cui si sprigionava un potere simile a quello delle mitiche sorelle Halliwell nella serie tv "Streghe".
Mantennero quel rapporto strettissimo persino dopo i rispettivi matrimoni e la nascita dei loro figli, tra lui peraltro col tempo sorse un rapporto alquanto simile, anche perché i tre cugini erano invece figli unici, e molto bisognosi di reciproco sostegno, durante l'infanzia nel Feudo di Casemurate.
Ma cerchiamo di conoscere meglio, singolarmente, le sorelle Ricci-Orsini, chiamandole col cognome dei loro considerevoli mariti.
La primogenita, Margherita Spreti di Serachieda, aveva sviluppato, in perfetta armonia col suo nome, un particolare interesse, anzi, una vera e propria mania, per i fiori e il giardinaggio.
La sua residenza di via Spreti era dunque circondata da un bellissimo giardino fiorito, di cui lei stessa si occupava personalmente tutti i giorni e per tutto il giorno.
Ma non si trattava di un hobby: era qualcosa di totalizzante, come se non esistesse altro nella vita.
Il problema, che potrebbe anche essere visto come una fortuna, sotto certi aspetti, era che il suo mondo iniziava e finiva in quel parco. Non le interessava minimamente tutto quello che succedeva al di fuori di quel microcosmo.
Poteva al massimo riservare una distratta attenzione alle notizie locali, riguardanti eventi accaduti entro un raggio di 15 km da casa sua, e pertanto di scarso interesse, se non per chi c'era andato di mezzo: incidenti stradali, furti, rapine in villa, grandinate, gatti smarriti, galline investite da un trattore, ubriachi finiti nel fosso Serachieda che si giustificavano dicendo che "il fosso mi è venuto addosso"
La Tenuta Spreti di Serachieda era considerata una specie di Svizzera in mezzo alla steppa dell'arida Romagna Centrale, le cui estati secche e roventi e i cui inverni rigidi e gelati avrebbero provocato una desertificazione simile a quella dell'Afghanistan se non ci fossero state le due grandi opere idrauliche realizzate dall'Azienda Monterovere dietro appalto pubblico della Regione, della Province e dei Comuni interessati, ossia il Canale di irrigazione Emiliano Romagnolo e l'imponente Diga di Ridracoli.
Il fatto che la seconda sorella Ricci-Orsini, Silvia,  l'unica ad aver proseguito gli studi fino alla laurea in lettere classiche, avesse sposato Francesco Monterovere, membro della stessa famiglia realizzatrice di quelle fondamentali infrastrutture, oltre che noto e apprezzato docente di matematica e fisica, ne aveva accresciuto il prestigio e anche il ruolo di "intellettuale di famiglia".
Silvia Monterovere viveva in città, insegnava al Liceo Classico, e il suo salotto era frequentato dall'elite, anche se già alla fine degli Anni Ottanta incominciavano a manifestarsi, sia per i lutti che per gli attriti e gli iniziali sospetti dello scricchiolio del Feudo Orsini (e dei problemi giudiziari di Ettore Ricci), le prime illustri defezioni.
Ma Silvia, in quegli anni, non se ne preoccupava affatto.
All'epoca era una donna giovane, bella, sana e riponeva notevoli (e oggettivamente eccessive) speranze nel figlio, le cui doti sembravano promettere un luminoso futuro, magari come dirigente d'azienda ed erede dello stesso Ettore Ricci alla guida dell'intero clan degli Orsini.
Purtroppo accade spesso che gli enfant prodiges non si rivelino, da adulti, all'altezza delle aspettative createsi nei loro confronti.
Ma questa è un'altra storia, e sarà raccontata un'altra volta.
Più defilata, ma in realtà più perspicace e abile negli affari e nelle relazioni politiche era la terza sorella, la più giovane, Isabella Ricci-Orsini, nata nel 1943, l'anno del suicidio della sua omonima zia. Sposatasi con Saverio Zanetti Protonotari Campi, proprietario dell'azienda vinicola dell'Erbosa, Isabella aveva subito preso in mano la situazione, investendo cifre ingenti nell'impianto di nuove vigne di primissima qualità, che produssero negli anni successivi il migliore Trebbiano di Romagna che si fosse mai conosciuto, poiché quella terra argillosa e secca era perfetta per quel tipo d'uva.
Per quanto fisicamente molto simile alla madre, Isabella aveva ereditato dal padre una personalità capace di comprendere meglio, rispetto alle sorelle, le dinamiche degli affari e della politica.
Per questo appariva la più adatta ad ereditare il ruolo paterno, se le cose fossero andate nella giusta direzione.
Le diverse doti delle tre sorelle rendevano la loro unione ancora più efficace, poiché si completavano a vicenda e solo quando erano unite potevano riuscire a gestire nel modo migliore le questioni di famiglia. Col passare degli anni e il superamento delle crisi familiari, anche grazie alla loro capacità di rimanere unite e compatte, incominciarono a percepirsi come un unico monolite indistruttibile.
E questo fu il loro errore, da cui peraltro la loro madre le aveva messe in guardia.
<<Niente è indistruttibile>> era solita ripetere Diana Orsini.
Le sue figlie non le davano ascolto.
Non tenevano conto, però, del fatto che, come spesso Diana aveva sperimentato a sue spese, la vita può essere crudele al punto di accanirsi rabbiosamente e ripetutamente contro i propri bersagli,  specie quelli che agli occhi degli estranei sembravano i più forti, per ricordare al mondo intero che, senza ombra di dubbio,  niente è indistruttibile.

sabato 24 giugno 2017

La strategia degli USA nella guerra al terrorismo: i sei paesi nel mirino


La guerra in Siria procede da sei anni. Gli Stati Uniti hanno fomentato le prime rivolte contro Bashar Al Assad, sperando in un cambio di regime, che però non è mai arrivato. La Casa Bianca ha così cominciato ad addestrare i ribelli e a fornire loro armi per combattere Damasco. L’obiettivo ora è liberare Raqqa dalle bandiere nere dello Stato islamico. Ma non solo. Gli Stati Uniti stanno appoggiando costantemente i Curdi, una scelta di per sé valida, ma che nasconde il doppio fine, nemmeno troppo velato, di strappare la parte nord della Siria per creare un nuovo Stato filo-americano. In questo modo la Casa Bianca, pur non riuscendo ad abbattere il governo di Assad, lo priverebbe di una parte importante del Paese.

Altezza media nei vari paesi del mondo

Com'erano i continenti 100 milioni di anni fa

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Mappa ironica delle bandiere europee secondo i loro nemici e i loro pregiudizi

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Il marchio di maggior valore nei vari paesi del mondo

The world’s most valuable brands in 2017

Velocità di internet nell'Unione Europea

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Percentuale di fumatori nei vari stati del mondo

Three seas initiative: l'alleanza dei 3 mari

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Nasce Trimarium fra Paesi di Adriatico, Baltico e Mar Nero. “Più unità dell’Europa centrale per un’Europa più unita”

“Più unità dell’Europa centrale per un’Europa più unita” è il motto dell’iniziativa di 12 Paesi europei i cui presidenti s’incontreranno a luglio a Breslavia (Polonia) per migliorare la coesione dell’asse nord-sud e “rinforzare” in quel modo “la stabilità del continente”. Il Trimarium che comprende i bacini dell’Adriatico, Baltico e Mar Nero è stato lanciato ufficialmente ad agosto del 2016 a Dubrovnik in Croazia. Ne fanno parte i Paesi del Gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia), le Repubbliche Baltiche (Lettonia, Lituania ed Estonia) nonché Austria, Slovenia, Croazia, Bulgaria, e Romania. “Desideriamo l’unità dell’Europa anche attraverso un’unità delle infrastrutture per appianare il gap di sviluppo tra i vari Paesi”, ha spiegato di recente Krzysztof Szczerski, capo di gabinetto del Presidente della Polonia. Szczerski ha aggiunto che “per anni si sono costruite le infrastrutture dell’asse est-ovest” e che “adesso è arrivato il tempo dell’asse nord-sud”. All’incontro di Breslavia è stato invitato il presidente americano Donald Trump. Un invito ufficiale è stato rivolto anche all’Ue poiché la collaborazione nei settori energia, trasporti, digitalizzazione ed economia va realizzata, sottolinea Szczerski, “con e in Europa”. Il Trimarium, osservano alcuni analisti “potrebbe essere un’opportunità per riformare l’Ue” mentre altri rilevano “gli interessi contrastanti” dei Paesi aderenti nei confronti della Russia.

venerdì 23 giugno 2017

Mappa delle missioni di gestione delle crisi in Africa

Tutti gli attentati dell'Isis



LORENZO VIDINO
Negli ultimi tre anni, l’Europa e il Nord America sono stati colpiti da un’ondata senza precedenti di attacchi terroristici. Quali sono gli obiettivi del terrore? Chi sono gli individui che hanno eseguito questi attentati? Come si sono radicalizzati? Sono nati e cresciuti in Occidenti o rappresentano una minaccia esterna (cioè sono rifugiati e migranti)? Hanno trascorsi criminali? Erano ben istruiti e integrati o, al contrario, vivevano ai margini della società? Hanno agito da soli? Quali erano le loro connessioni con lo Stato islamico?

Per cercare di rispondere a questi e altri quesiti dai fondamentali risvolti di policy, un nuovo studio, di cui sono co-autore insieme a Francesco Marone, e pubblicato da Ispi e George Washington University, ha analizzato i 51 attacchi e i 66 attentatori che hanno colpito l’Occidente dalla nascita del Califfato nel giugno del 2014 a oggi. I dati che ne sono derivati, e che sono qui parzialmente sintetizzati, danno una panoramica dettagliata della minaccia, utile a capirne l’entità e le caratteristiche.

Innanzitutto i 51 attacchi, che in totale hanno provocato 395 vittime e almeno 1549 feriti, variano enormemente in termini di sofisticatezza, letalità, bersagli e legami con lo Stato islamico. Alcuni sono attentati coordinati con un ingente numero di vittime, sul modello di quelli avvenuti a Parigi nel novembre 2015. Ma la maggior parte sono azioni eseguite da attori solitari, spesso all’arma bianca e pertanto meno letali (ma l’attentato compiuto con un camion a Nizza da un lupo solitario ha causato 86 vittime). Sono tutte azioni compiute da soggetti ispirati dall’ideologia jihadista, ma solo l’8% degli attacchi sono stati perpetrati da individui che hanno ricevuto ordini direttamente dai vertici del Califfato e 26% sono stati compiuti da individui aventi una qualche forma di connessione con lo Stato islamico, ma che hanno agito autonomamente.



A conferma che lo spontaneismo, pericoloso perché imprevedibile, domini la presente ondata di jihadismo, il 66% degli attacchi sono stati compiuti da soggetti privi di qualsiasi legame operativo col Califfato. E solo il 38% degli attacchi è stato rivendicato da gruppi jihadisti (quasi sempre dallo Stato Islamico). Il Paese più colpito è la Francia (17), seguito da Stati Uniti (16), Germania (6), Regno Unito (4), Belgio (3), Canada (3), Danimarca e Svezia (1).

Chi sono gli attentatori? Nonostante la crescente presenza femminile nelle reti jihadiste, su un totale di 66 attentatori vi sono solo 2 donne. E nonostante vi sia una generale tendenza verso la radicalizzazione di individui sempre più giovani, l’età media degli attentatori è di 27,3 anni (con solo 5 minorenni). Il 17% sono convertiti all’Islam, con percentuali sensibilmente più elevate in Nord America. Il 57% ha trascorsi criminali. Solo il 18% vanta un’esperienza di combattimento all’estero come foreign fighter; tuttavia, tendenzialmente, tale tipologia di terroristi è coinvolta negli attacchi più letali.

Viste le implicazioni dal punto di vista politico si è voluto analizzare anche lo status migratorio degli attentatori. I dati mostrano che il 73% degli attentatori è composto da cittadini del Paese in cui è stato eseguito l’attacco; il 14%, poi, era legalmente residente in tale Paese o in visita da Paesi confinanti. Solo il 5% è composto da individui che al momento dell’attacco erano rifugiati o richiedenti asilo. Il 6%, infine, risiedeva illegalmente nel Paese bersaglio al momento dell’attacco.

Sebbene sia arduo prospettare sviluppi futuri, pare chiaro che la minaccia posta dal terrorismo jihadista non sia destinata a svanire nel breve termine – da presidente, Obama aveva parlato di una «sfida generazionale». Il modo in cui i decisori politici, le autorità antiterrorismo e il grande pubblico concettualizzeranno e risponderanno a questa inedita ondata terroristica avrà implicazioni significative, poiché potrà plasmare varie questioni di politica interna ed estera strettamente intrecciate. Dei freddi numeri da soli non ci fanno capire cosa motivi giovani musulmani occidentali ad adottare il credo jihadista, ad uccidere e farsi uccidere in nome di esso. È però fondamentale che qualsiasi tipo di analisi e decisione parta dai fatti e non da fuorvianti preconcetti e illazioni politiche.

La caduta di Mosul e l'assedio di Raqqa. Situazione militare in Siria e Iraq a inizio estate 2017




Syrian, Iraqi, and Lebanese insurgencies.png

   Controlled by the Syrian opposition    Controlled by the Ba'athist Syrian government    Controlled by the Iraqi government    Controlled by the Lebanese Government    Controlled by Hezbollah    Controlled by the Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL, ISIS, IS, Daesh)    Controlled by Tahrir al-Sham (HTS)    Controlled by the Rojava (Syrian Democratic Forces)    Controlled by Iraqi Kurdistan    Controlled by the Turkish Army and Euphrates Shield rebel forces    Disputed territory




Fonte: http://mondolibero.org/2017/06/gli-usa-stanno-perdendo-la-guerra-procura-siria-ed-ora/

Nonostante il forte indebolimento dell'Isis, privato della roccaforte di Mosul e assediato nella capitale Raqqa, la realtà è molto amara per la coalizione “occidentale”: la pluriennale guerra per procura combattuta in Siria al fine di provocare la caduta del presidente Assad (alleato di Putin e dell'Iran) è sostanzialmente persa e con lei svaniscono le residue velleità neo-coloniali di Francia e Regno Unito, e si ridimensionano i progetti di un Nuovo Medio Oriente di USA ed Israele, le ambizioni regionali dell’Arabia Saudita, della Turchia e del Qatar. Di fronte a questo clamoroso scenario (il primo cambio di regime fallito dal crollo del Muro di Berlino), non resterebbe agli USA che un’ estrema opzione per ribaltare la situazione sul campo: accantonare la guerra per procura e procedere con un conflitto aperto, ingaggiando prima le forze governative siriane, poi l’Iran e, infine, la Russia. Come un incendio di devastanti proporzioni, la guerra si propagherebbe nel giro di pochi giorni dalla Siria all’intero Medio Oriente, dal Mar Mediterraneo al Mar Baltico, dall’Asia all’Europa, e poi oltre.

È uno scenario possibile ma, considerata la stanchezza economica, politica e militare degli USA, improbabile: più facile, invece, che l’establishment atlantico getti la spugna in Siria e contrattacchi altrove ricorrendo alle tattiche sinora utilizzate. Manovre sui mercati finanziari per abbattere il prezzo del greggio e le entrate fiscali russe (il barile è sceso attorno ai 40$), tentativi di rivoluzioni colorate in vista delle presidenziali russe, rilancio nei teatri periferici (Ucraina, Yemen, Centro Asia). È indubbio che esista una corrente oltranzista ed apocalittica che preme per il confronto militare con l’Iran e la Russia, ma è difficile che Donald Trump, sebbene tenuto sotto scacco dal “Russiagate”, voglia passare alla storia come il presidente che ha rischiato/condotto il primo conflitto nucleare.
La guerra per procura in Siria volge quindi al termine e, nonostante gli ultimi colpi di coda, si profila all’orizzonte una storica disfatta per il blocco atlantico: è l’ennesimo segnale di un sistema che marcia rapido verso il collasso economico, politico e morale.





1http://www.askanews.it/esteri/2017/06/19/siria-russia-jet-coalizione-a-ovest-eufrate-obiettivi-da-ora-pn_20170619_00653/
2http://edition.cnn.com/2017/04/25/politics/turkey-bombs-kurds-iraq-us-concerned/index.html
3http://www.telegraph.co.uk/news/2017/05/18/us-fighter-jets-bomb-assad-tank-convoy-advancing-coalition-base/
4https://southfront.org/syrian-army-captures-strategic-crossroad-town-of-resafa-in-raqqah-province-map/
via http://federicodezzani.altervista.org/gli-usa-stanno-perdendo-la-guerra-per-procura-in-siria-ed-ora/


di Gianandrea Gaiani
La Bussola Quotidiana, 14 giugno 2017

Lo Stato Islamico sta crollando in Iraq e Siria, Abu Bakr al-Baghdadi è stato probabilmente ucciso, ma l’intera vicenda sta passando sotto un profilo fin troppo basso rispetto alla sua portata, forse perché la fine del Califfato non porterà la pace e la stabilizzazione da molti auspicata in quella regione.
Nell’area di Raqqa, venerdì scorso, sarebbe stato ucciso il Califfo nel corso di un raid aereo dei jet di Damasco. Lo ha riportato la tv di Stato siriana rilanciata anche dai media russi, ma la notizia non è stata finora confermata da nessuna altra fonte ufficiale. Le forze curdo-siriane sostenute dagli Stati Uniti sono entrate il 9 giugno a Raqqa, “capitale” dell’Isis nel nord della Siria, e hanno conquistato terreno nella parte orientale della città. Nelle ultime ore le milizie curde e arabe delle Forze Democratiche Siriane (SDF) sono avanzate dal quartiere Mashlab vero la zona industriale e sono in corso combattimenti a poche centinaia di metri dal perimetro orientale dell'antica cinta muraria della città sull'Eufrate.
L’offensiva che ha portato le SDF, appoggiate da forze speciali anglo-americane, a raggiungere la capitale del Califfato avrebbe provocato anche 653 vittime civili dal 15 marzo ad oggi a causa dei raid della Coalizione internazionale a guida Usa e dei bombardamenti dell’artiglieria delle milizie curde, secondo quanto riferito ad Aki-Adnkronos International da attivisti siriani. Come spiega Khalil al-Abdallah “negli ultimi due mesi il numero delle vittime civili è aumentato notevolmente, poiché l’amministrazione Usa ha consegnato armi alle milizie curde e ha allentato i vincoli imposti ai raid dei caccia della Coalizione".
L’aspetto più rilevante è però che l’offensiva sulla città è in corso su tre lati: da est, da nord e da ovest lasciando un corridoio a sud che consente ai 4mila miliziani, che si stima difendano la città, di ritirarsi verso le aree in cui lo Stato Islamico combatte contro le truppe di Damasco. Il comando russo in Siria accusa la Coalizione a guida Usa e i gruppi armati curdi di permettere ai miliziani dell’Isis di lasciare Raqqa e di “dirigersi verso le province dove sono attive le forze governative siriane. Invece di eliminare i terroristi colpevoli dell’uccisione di centinaia e migliaia di civili siriani – ha detto il comandante delle truppe russe in Siria, generale Serghiei Surovikin – la Coalizione a guida Usa assieme alle SDF, agiscono in collusione con i capibanda dell’Isis che lasciano senza combattere gli insediamenti che avevano preso e si dirigono verso i luoghi in cui sono attive le forze governative siriane”. Una valutazione resa ancora più credibile dalle reiterate azioni belliche delle forze aeree Usa basate in Giordania contro le unità militari di Damasco e dei loro alleati nel settore di al-Tanf.
Anche la decisione di Washington di vietare l’accesso alle forze di Damasco a quella porzione di territorio siriano è stata duramente condannata da Mosca. Secondo gli statunitensi tali forze pongono una minaccia alle basi Usa e ai campi per l’addestramento dei miliziani dell’opposizione nel sud della Siria, ma è evidente che è del tutto illegittimo impedire alle truppe siriane di completare il controllo del territorio nazionale. Nonostante i raid aerei americani, che vorrebbero impedire la saldatura tra le forze siriane e quelle sciite irachene che procedono a nord di Mosul verso il confine siriano, l’avanzata delle forze di Damasco lungo il confine giordano e iracheno ha di fatto circondato le milizie sostenute dagli anglo-americani e dalla Giordania.

“La guerra civile in Siria si è praticamente fermata” dopo che il 4 maggio ad Astana è stato firmato un memorandum per la creazione delle zone di de-escalation, ha dichiarato il capo del dipartimento generale operativo dello Stato maggiore russo, generale Serghiei Rudskoi che ha reso noto che 2.640 miliziani siriani hanno utilizzato le procedure di amnistia del governo siriano e hanno abbandonato le armi nel nord della provincia di Damasco, nelle città di Zabadani, Madaya e Buqeyn. "L’operazione per liberare il territorio siriano dai gruppi terroristici Isis e Jabhat al-Nusra continuerà fino alla loro completa eliminazione”, ha affermato il generale Surovikin precisando che le sue forze aeree hanno eseguito 1.268 raid in Siria nell’ultimo mese, colpendo 3.200 obiettivi terroristici tra cui stazioni di controllo, depositi di armi e munizioni, basi di trasferimento e campi di addestramento.
Il tracollo non solo dell’Isis ma di tutte le milizie anti-Assad rappresenta la più importante vittoria per le forze russe che hanno conseguito la vittoria militare in meno di due anni di campagna siriana. L’esercito di Assad continua ora ad avanzare su tutti i fronti: ha ripreso il controllo di 105 chilometri del confine con la Giordania, ha liberato 83 insediamenti nella parte nordorientale della provincia di Aleppo per oltre 500 chilometri quadrati uccidendo (secondo il comando russo) oltre 3.000 miliziani dell’Isis inclusi decine di comandanti e distruggendo 20 carri armati, 7 veicoli da combattimento e 9 pezzi di artiglieria pesante. Le forze siriane hanno inoltre raggiunto la frontiera con l’Iraq, nell’Est del Paese, per la prima volta dal 2015 coordinandosi con l’esercito di Baghdad per il controllo della frontiera.
Le forze armate irachene hanno l’ordine di non oltrepassare la frontiera siriana, ma le milizie sciite filo iraniane potrebbero avere mano libera ad unirsi alle forze di Damasco per chiudere la partita con l’Isis e liberare Deyr ez Zor dove la guarnigione siriana è sotto assedio da oltre due anni. “In cooperazione con i nostri alleati, le nostre unità hanno preso il controllo di numerosi siti e postazioni strategici nel deserto di Badiya, in una zona di circa 20.000 chilometri quadrati”, ha dichiarato il comando generale dell’esercito siriano. “Questa avanzata rappresenta una svolta strategica nella lotta contro il terrorismo e un trampolino per estendere le operazioni militari nel deserto della Badiya e lungo le frontiere con l’Iraq”, ha proseguito il comando.
I successi dei siriani rischiano quindi di provocare nuove tensioni con la Coalizione internazionale a guida Usa, che oggi appare preoccupata più dall’avanzata delle forze di Damasco e delle milizie sciite provenienti dall’Iraq che dalla lotta allo Stato Islamico, nell’ottica della linea strategica anti iraniana dell’Amministrazione Trump. Dopo che la Turchia si è schierata col Qatar nella diatriba in atto tra Doha e i sauditi, Riad potrebbe puntare sulla Giordania per riorganizzare l’opposizione armata al regime di Damasco e riprendere le ostilità con l’appoggio degli USA.

Tensioni non meno forti riguardano il futuro dell’Iraq dopo la caduta di Mosul dive i miliziani dell’Isis controllano solamente le aree della Città Vecchia, al-Shifa e Bab al-Sinjar. Il governo di Baghdad ha annunciato che respingerà ogni decisione unilaterale presa dalle autorità del Kurdistan iracheno per ottenere l’indipendenza. Lo ha sottolineato lunedì una nota del portavoce dell’esecutivo, Saad al-Haddithi, commentando la decisione presa due giorni fa dal presidente del Kurdistan iracheno, Masoud Barzani, di fissare un referendum per l’indipendenza dall’Iraq il 25 settembre.
Anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, sponsor del Kurdistan iracheno autonomo (ma non indipendente) ha definito il referendum sull'indipendenza della regione autonoma del Kurdistan iracheno da Baghdad "sbagliato e una minaccia all'integrità territoriale dell'Iraq. Un passo del genere in un processo così cruciale non serve a nessuno", ha aggiunto Erdogan. La Turchia, acerrima nemica dell’autonomia dei curdi di Siria alleati del PKK (i miliziani curdi di Turchia) si oppone da sempre con forza alla creazione di entità curde indipendenti.
Per questo se la guerra al Califfato sta per esaurirsi (ma non la  minaccia terroristica dell’Isis in Europa), non ci sono molte ragioni per credere che la conflittualità nella regione andrà scemando in tempi brevi.

L'idrovia Locarno-Venezia

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Per dieci anni è stato un viaggio per temerari che a bordo di gommoni percorrevano la via Locarno/Milano/Venezia in un “trekking sull’acqua” spesso avventuroso e che prevedeva alcuni trasbordi.
Ma quello partito sabato 10 giugno dalla città ticinese lungo l’idrovia che attraversa due Stati, 4 regioni italiane (Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto), 12 province e 171 comuni del Nord Italia, ha tutti i connotati di una piccola crociera turistica.
Sì perché per la prima volta il viaggio di 700 chilometri si svolge a bordo di un battello. “Dalla mia prima discesa a bordo della barca “Utopia”, per raggiungere la Serenissima ed incontrare il sindaco-filosofo Massimo Cacciari, sono passati dieci anni. In occasione di questo anniversario abbiamo voluto affiancare al classico trekking in gommone un viaggio sulla stessa rotta ma a bordo di imbarcazioni più capienti”, spiega a tvsvizzera.it Claudio Rossetti, ideatore e promotore del viaggio.
Che aggiunge: “Grazie anche ai lavori di ammodernamento di alcune dighe come quella del Panperduto tra Sesto Calende e Malpensa o di quella di Isola Serafina nel fiume Po poco prima di Cremona e in attesa dei lavori d’innalzamento dei ponti sul Naviglio pavese per cui la Regione Lombardia ha già stanziato 60 milioni di euro, oggi l’Idrovia Locarno/Milano/Venezia è una via d’acqua quasi interamente percorribile”.
 Un tour affascinante della durata di 9 giorni e mezzo (lo stesso tempo che impiega una goccia d’acqua per arrivare dalle sorgenti del fiume Ticino al Delta del Po) che 14 turisti svizzeri stanno percorrendo all’insegna di natura, storia, cultura e gastronomia su un percorso che esiste in parte dal 1200 e fu fondamentale per il trasporto dei marmi dalla Val D'Ossola e da Baveno per la costruzione del Duomo di Milano per esempio.
“Mi aspetto molto a questo viaggio – spiega Graziella Gahlinger ticinese di Locarno contenta per come sta andando il tour in questi primi giorni e che approfitta di questa occasione per tornare dopo tantissimi anni in Italia. Anche se – aggiunge - la tappa in bici non me la sono sentita di farla: troppi chilometri..”.
Dopo l’attraversamento del Lago Maggiore e le tappe di Sesto Calende e Milano, il viaggio ha toccato le città di Pavia (raggiunta in bicicletta lungo la pista ciclabile del Naviglio Pavese), Cremona, Brescello e Ferrara.  Una volta usciti dal Delta del Po navigazione in mare con il catamarano Barbie per rientrare a Chioggia in Laguna. Poi domenica, gli ultimi 25 chilometri per la tappa finale con approdo diretto in una delle piazze più belle e suggestive: Piazza San Marco a Venezia.